sabato 28 novembre 2020

raccolta di sentenze significative per Roma

In questo post raccolgo, nel corso del tempo, le sentenze della Giustizia Amministrativa che hanno come parte ricorrente o parte resistente Roma Capitale, o che comunque per qualche motivo sono rilevanti per la capitale. Questo post non ha uno scopo principale se non quello di essere una sorta di raccolta di appunti o un riferimento rapido per ritrovare qualche argomento da approfondire.
Immagine da Pixabay


chiunque si senta libero di segnalarmi sentenze qui assenti che meritano di essere aggiunte
pagina aggiornata al 31 gennaio 2021


Consiglio di Stato sez. VI n°1619/2016 - sentenza che ha riguardato le chiusure verticali in plastica di una pergotenda, e differenze rispetto alle chiusure verticali in vetro dello stesso elemento. Non mi dilungo qui perché questa sentenza ha un suo post apposito di commento a cui vi rimando.

TAR Lazio sez. 2 bis n°6488/2019 - su immobili di proprietà comunale, dati in gestione, viene rilevata dall'Amministrazione l'esecuzione di lavori non autorizzati, tra gli altri, di ristrutturazione edilizia e cambio d'uso (da locale caldaia a cucina). Era stata depositata una SCIA nel 2012, ma l'azione dell'amministrazione si svolge nel 2017. Gli autori dei presunti abusi evocano la violazione della L 241/90 art. 21 nonies in cui l'azione amministrativa non può più perpetrarsi trascorsi 18 mesi dalla presentazione del titolo, più altre eccezioni. Il tribunale indica che è vero che l'azione è effettuata dopo i termini di legge, ma specifica pure che l'ambito di intervento è oggetto di vincolo delle belle arti (entro la fascia di rispetto delle mura Aureliane, vincolo "anomalo" che ricade entro i primi 50 metri ma è valido solo sulle proprietà pubbliche e non anche su quelle private: in questo caso, la proprietà è pubblica ma non si scende, nella sentenza, in questo specifico dettaglio). Ignorando altri temi che pure potevano essere interessanti (la SCIA del 2012 non era accompagnata dal parere consultivo della Sovrintendenza Capitolina, laddove l'immobile ricade anche in carta per la qualità G1a: sarebbe stata interessante una pronuncia sull'eventuale efficacia o inefficacia del titolo anche in assenza di questo parere, ma il Tribunale si ferma al concetto della zona vincolata e ritiene il tema, giustamente, assorbente di tutti gli altri). Il tribunale respinge il ricorso indicando che essendo l'intervento privo del nulla osta degli enti preposti alla tutela dei vincoli, la SCIA era comunque non rispettosa dei presupposti di cui al comma 1 art. 19 L. 241/90 e quindi inefficace ab origine (nullità di fatto ai sensi dell'art. 21 septies L241/90).

TAR Lazio sez. 2 bis n°6481/2019 - il comune di Roma dichiara l'inefficacia di una SCIA del 2018 che fu presentata in variante "semplice" ad una DIA del 2013 depositata ai sensi della LR 21/09 c.d. Piano Casa. Il titolare dell'istanza ricorre al TAR contro l'annullamento. Il tribunale da ragione al ricorrente che lamenta il fatto che il comune ha dichiarato illegittime tutte le opere realizzate (sia con DIA 2013 che con SCIA 2018) ma inibendo solo l'ultimo titolo: il tribunale ritiene illogica questa condotta e quindi censura l'operato comunale. Non si scende molto nel dettaglio della legittimità della SCIA utilizzata come variante ad una DIA.

TAR Lazio sez. 2 bis n°11025/2020 - nel 2007 viene contestato ad un cittadino romano di aver installato un pannello solare, con relativo boiler, in assenza della prescritta DIA, ed irrogava la sanzione di 516 euro (in subordine, dopo aver inizialmente ordinato la demolizione): il cittadino ricorre al TAR deducendo diversi vizi tra cui quello principale che insiste nel fatto che si tratta di edilizia libera, da intendersi come manutenzione straordinaria dell'impianto esistente, come peraltro già disposto dalla L. 10/1991. il TAR da ragione al cittadino ed indica, citando i passaggi normativi, che una opera come quella realizzata deve ricondursi all'attività edilizia libera (oggi normata dall'art. 6 comma 1 lettera e-quater DPR 380/01).

Nota a margine: allo stato attuale della norma, un pannello solare con o senza accumulatore posto sul tetto di un fabbricato è da ricomprendersi di per sé attività edilizia libera; tuttavia, dal 2016 i regolamenti sismici regionali indicano che l'installazione di un pannello sul tetto di un fabbricato che abbia un peso superiore a 0,20 kN/mq non è esente da autorizzazione sismica e, per conseguenza, ogni intervento che richiede una autorizzazione sismica deve andare necessariamente in SCIA. Dunque allo stato attuale della norma, appare che solo pannelli singoli privi di boiler direttamente connesso (che sono i sistemi più economici in quanto funzionano per circolazione naturale) possono rientrare nello scarso peso limite indicato dalla norma, in quanto un boiler standard da 150kg facilmente arriva a pesare 200kg: nel caso trattato dalla sentenza, comunque, si tratta di un intervento eseguito prima dell'introduzione di questa norma indirettamente più restrittiva.

TAR Lazio sez. II bis n°11739/2020 uno dei Municipi di Roma Capitale dispone la demolizione di delle tettoie installate in una attività commerciale di autodemolizione e officina, in quanto prive di titolo anche se di (presumibile) remota installazione. La difesa del cittadino cerca di dimostrare che le tettoie sono in verità degli elementi pertinenziali o che sono ricomprendibili nell'attività edilizia libera ma, invece, il TAR da ragione al Comune in quanto le tettoie che sono finalizzate ad un preciso scopo commerciale (svolgerci al di sotto una attività, ed una fungeva anche da tetto per dei piccoli uffici) non possono essere definite pertinenziali perché hanno una loro funzione e destinazione autonoma e, quindi, si configurano come nuova costruzione: da qui, la conferma della validità dell'ordine di demolizione.

TAR Lazio sez. II quater n°5757/2020: è illogico che il PTPR Lazio non fornisca una forma di tutela al centro storico patrimonio UNESCO: la sentenza è approfondita in un post dedicato.

TAR Lazio sez. II bis n°12151/2020 viene contestato ad un cittadino che l'installazione, nel giardino di uso esclusivo di una unità immobiliare ad uso abitativo (e viene sottolineato che è un immobile in cui non si svolge alcuna attività diversa da quella della mera abitazione), di diversi elementi "di arredo" - specificamente almeno un gazebo di metri 4x4 ed una pergotenda di metri 1x5 - nel loro complesso sono ascrivibili ad interventi di ristrutturazione edilizia e quindi viene emessa una ordinanza di demolizione. il cittadino resiste ed il TAR gli da ragione: anzitutto, perché gli elementi, anche se nel loro complesso sviluppano una superficie coperta importante, sono tutti elementi singoli, non legati fra loro, e non posti l'uno vicino all'altro, e, dunque, è illegittimo valutare l'impatto urbanistico considerandoli come una unica opera; secondo, perché è ormai pacifico che una pergotenda, soprattutto se di ridotte dimensioni e composta principalmente dalla tenda (cui la struttura è necessaria per il suo funzionamento), è considerata una pertinenza e non sviluppando carico urbanistico è considerabile attività edilizia libera. vengono evocate nel merito due sentenze del Consiglio di Stato: la n°1783/2020, riguardo alla definizione di pergotenda, e n°5130/2019 circa la definizione più recente di pertinenza.

TAR Lazio sez. 2 quater n°911/2021 del 21 gennaio 2021 La vicenda si svolge nel territorio di Nettuno ed ha come oggetto la contestazione, da parte di un privato cittadino, dell'inerzia del Comune di fronte ad una segnalazione circa l'eventuale illegittimità di un intervento edilizio effettuato in zona vincolata mediante una SCIA, a cui il Comune non avrebbe risposto entro termini ragionevoli. il TAR da ragione al cittadino ed intima al Comune di provvedere ad esaminare le doglianze del cittadino, perché, ricorda il tribunale, così espressamente dispone la norma (L. 241/90 art. 19 c. 3 e 4); tuttavia, viene altresì ricordato che non è affatto scontato che le valutazioni del Comune devono necessariamente generare l'annullamento della SCIA depositata, ma anzi questo viene invitato a valutare se non ricorrono i presupposti per considerare il titolo non più annullabile ai sensi dell'art. 21 nonies L. 241/90.
Mi sembra significativo il passaggio che segue:

Sul punto la giurisprudenza, anche di questo Tribunale, ha condivisibilmente affermato che ove la sollecitazione del terzo all’attivazione dei poteri di vigilanza sulla SCIA edilizia venga effettuata – come nella specie - in epoca successiva alla scadenza del termine di 30 giorni assegnato per la realizzazione dei controlli per così dire “ordinari” (art. 19 commi 3 e 6 bis L. n. 241/90), l’amministrazione è, comunque, tenuta a riscontrare l’istanza del privato e, quindi, ad azionare i poteri di vigilanza edilizia nonché quelli repressivo sanzionatori, previa verifica dell’eventuale esistenza di tutti i presupposti all’uopo previsti dall’art. 21 nonies l. n. 241/90 (cfr. TAR Lazio, Roma, sez. II quater, 21/10/2020, n. 10702).
Ed invero, giusta il combinato disposto di cui ai commi 3, 4 e 6 bis dell’art. 19 l. n. 241/90, a fronte di una S.C.I.A./D.I.A. i poteri di controllo, inibizione ed eventuale repressione dell’attività segnalata si atteggiano in maniera differente a seconda della tempestività (60 giorni, che diventano 30 in materia edilizia, dalla presentazione della dichiarazione) o meno degli stessi rispetto all’epoca della presentazione della dichiarazione/segnalazione.


TAR Lazio sez. 2 bis n°214/2021 - è una sentenza che interviene su una vicenda su cui lo stesso tribunale si era già espresso con sentenza n°12052/2018: un gruppo di cittadini deposita due distinte istanze edilizie per il medesimo intervento (il che appare oggettivamente ambiguo ma nelle sentenze questo tema della doppia istanza non viene trattato anche perché non è oggetto di contestazione da parte del Comune), una presso il municipio territorialmente competente (che inibisce l'istanza in tempi rapidi ma comunque perde il primo ricorso del 2018, ma su cui pende ricorso al Consiglio di Stato) e l'altra presso il Dipartimento PAU, per autorizzare opere di mutamento di destinazione d'uso in città consolidata, da destinazione non residenziale a residenziale (intervento che nel comune è soggetto ad intervento edilizio indiretto: ne ho parlato qui), ai sensi della L.R. 7/17. Il TAR non entra nel merito di tutte le doglianze del Dipartimento PAU (che intima di non eseguire i lavori ma a distanza di molto tempo), ma dichiara illegittimo il modo in cui il comune procede all'inibizione ribadendo il concetto secondo cui trascorsi i primi trenta giorni, il Comune può solamente procedere con l'annullamento in autotutela, seguendone la relativa procedura, essendo decorso il termine entro cui può declarare l'inefficacia del titolo e intimare a non eseguire i lavori. Dietro a questa sentenza c'è un tema molto ampio ma che non ha senso sviluppare in questo post, ed è quello della opportunità di "aggirare" il limite del piano regolatore ai mutamenti d'uso verso destinazioni residenziali usufruendo della LRL 7/17 di rigenerazione urbana.

CdS n°840/2021 e precedente TAR Lazio sez. 2b n°6571/2012 - entrambe le sentenze sono sfavorevoli per il Comune di Roma, ed hanno ad oggetto una pergotenda installata in una attività commerciale nel territorio della Capitale. Come di consueto, non ci sono gli elementi per comprendere le esatte fattezze dell'oggetto del contendere (dimensioni effettive della pergotenda, dettagli esecutivi) ma si può intuire che si tratti di una struttura di dimensioni importanti (ma, nei dispositivi, si fa riferimento ad una "pergotenda stamponata almeno su tre lati"), visto che si parla di una area esterna pertinenziale in cui si svolge attività di ristorazione. il Comune riteneva l'attività soggetta a Permesso di Costruire, in quanto la legge stabilisce che sono "libere" le pergotende connesse agli immobili residenziali, intendendosi quindi non libere quelle sugli altri immobili. il TAR invece indica che ciò non ha senso e confliggerebbe con il principio di libertà dell'esercizio di impresa e quindi anche le pergotende di attività commerciali devono ritenersi attività libera o quantomeno vanno "lette" allo stesso modo di quelle residenziali. il CdS riprende la disposizione del TAR e la conferma, ma aggiunge ulteriori dettagli: nel caso di specie, parrebbe che la struttura sia stata installata all'interno di un cortile già delimitato da muri perimetrali e che abbia effettivamente coperto tutto lo spazio (o almeno così si intuisce), dunque si tratterebbe di una pergotenda che, una volta chiusa, delimita uno spazio chiuso: ma ciò non contrasterebbe, secondo il Consiglio, con il principio di fondo che si tratta pur sempre di una tenda - e non di una struttura, perché i travi sono finalizzati solo a sorreggere la tenda - che di per sé non è idonea a configurare un mutamento d'uso dello spazio, il quale sempre ad attività di somministrazione è destinato.

nei dispositivi non è affrontato il tema dell'autorizzazione sismica, la quale comunque, essendo la tenda realizzata prima del 2016 (anno di pubblicazione del regolamento sismico che specificava che le "pergole" di oltre 20mq vanno in autorizzazione), poteva forse ritenersi in effetti non cogente nel caso di specie. Anche se questa sentenza va nel senso di una liberalizzazione "selvaggia" della pergotenda per attività commerciale (il che è comunque una cosa positiva, perché era comunque ambigua e poco legittima la differenziazione tra destinazioni residenziali ed altre non residenziali) farei comunque attenzione al contesto e, sempre, porrei attenzione all'eventuale necessità di autorizzazioni degli enti preposti alla tutela di eventuali vincoli presenti. La sentenza appare in contraddizione con quello che era un filone che invece si andava consolidando e che vedeva le pergotende di locali commerciali come non rientranti nell'attività libera: ad esempio TAR Lazio n°12632/2017.


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