lunedì 12 luglio 2021

la regola transitoria per derogare i rapporti aeroilluminanti

Una delle novità introdotte dal decreto semplificazioni 76/2020 è quella contenuta nell'art. 10 comma 2, la quale prevede che le disposizioni del Decreto Sanità del 1975 sono da intendersi inapplicabili agli edifici costruiti prima della pubblicazione del medesimo decreto.

immagine da Pixabay

Questo post è in buona parte estratto da quest'altro, più generico e descrittivo di tutte le novità introdotte dal DL 76/2020 successivamente convertito in Legge.

il DM sanità del 5 luglio 1975 è un decreto importante, che fissa i parametri minimi che devono avere gli ambienti abitabili per garantire l'igiene e la salute di chi vive in quegli spazi. Ricordo ai lettori che le norme urbanistiche nascono principalmente allo scopo di dare una regola all'attività edilizia la quale, se lasciata libera di prosperare in modo indiscriminato, produce facilmente spazi abitabili angusti ed insalubri (al fine di massimizzare il profitto) che, nel passato non troppo lontano del nostro paese, hanno prodotto gravi emergenze sanitarie. Il Decreto Sanità del 1975 nasce con lo scopo di fornire una indicazione inderogabile circa le dimensioni degli ambienti abitabili e delle rispettive aperture finestrate, fissando sia una dimensione minima degli ambienti, sia le altezze, sia il rapporto tra dimensione dell'ambiente e dimensione delle finestre.

Il Decreto, in quanto emanazione di una norma statale, è stato considerato dalla giurisprudenza un atto avente valore di legge nazionale, non "declassabile" ad atto regolamentare e, quindi, sostanzialmente non derogabile da quelle norme, come ad esempio quella sul condono edilizio, che consente il rilascio di autorizzazioni anche in deroga ad atti regolamentari. Il tema è ampio, per ora su questa affermazione mi fermo qui.

In quanto norma primaria, è vincolante per le amministrazioni, e, quindi, eventuali regolamenti edilizi ed igienico-sanitari che sono in contrasto con i requisiti minimi di questo decreto sono da considerarsi implicitamente inefficaci.

Alcune città italiane hanno adeguato i propri regolamenti edilizi all'indomani della pubblicazione di questo decreto, allineando le proprie disposizioni con quelle intervenute: è ad esempio il caso di Roma, il cui regolamento edilizio fu modificato nel 1978 proprio per allinearsi alle disposizioni del decreto sanità.

Le disposizioni principali del Decreto Sanità di cui stiamo parlando, relativamente agli immobili ad uso residenziale, sono le seguenti:

  • altezza minima degli ambienti abitabili mt 2,70, riducibili a 2,40 solo per bagni, corridoi, ripostigli;
  • le camere da letto devono avere dimensione minima di 9mq se per una persona e di 14 mq se per due persone. la misura si intende netta calpestabile, al netto quindi delle porte e delle finestre. a mio parere, invece, rientra nel calcolo lo spazio interessato dall'imbotte della finestra, se questa è arretrata rispetto al filo interno del muro;
  • ogni alloggio deve avere un soggiorno di almeno 14mq. nel soggiorno può essere presente l'angolo cottura, eliminando così l'obbligo di avere una cucina separata. a mio parere, però, se il soggiorno contiene anche l'angolo cottura, sarebbe opportuno considerare una superficie minima superiore a 14mq, almeno sottraendovi lo spazio occupato dai mobili della cucina. tuttavia, il decreto non specifica nulla nel merito;
  • cucine, camere da letto e soggiorno devono avere una finestra apribile, avente un fattore medio di luce diurna non inferiore al 2% e, comunque, la dimensione apribile non deve essere inferiore ad 1/8 della superficie dell'ambiente servito, calcolato sempre come superficie netta calpestabile per quanto riguarda i locali, e superficie effettiva apribile dell'infisso (cioè spazio effettivo che si ha a disposizione per il passaggio dell'aria quando si aprono tutte le ante);
  • almeno un bagno di ciascun alloggio deve essere dotato di tutti i sanitari: vasca o doccia; lavabo; vaso; bidet. il bagno può anche non avere finestra, ma, nel caso, deve essere dotato di ventilazione meccanica;
  • l'alloggio monostanza (monolocale) non deve avere superficie utile calpestabile inferiore a 28 mq;
i regolamenti edilizi possono imporre delle norme più stringenti rispetto a queste qui sopra richiamate, ma non possono invece fare il contrario. Ad esempio Roma ha specificato che le cucine devono avere una cubatura non inferiore a 15mc netti, e la finestra della cucina non deve avere superficie apribile inferiore a 1,5 mq.

Tutto quanto brevemente riassunto qui sopra, come detto, vale a partire dal 1975. tuttavia, non sono stati rari i casi in cui i comuni hanno ritenuto che le norme dovessero applicarsi in senso retroattivo, perché inderogabili. In effetti, né il decreto, né la norma che lo ha generato, hanno mai fornito indicazioni chiare circa l'applicabilità del testo normativo agli edifici precedentemente realizzati e legittimi. Si sono così venute a creare delle situazioni imbarazzanti, in quanto edifici costruiti in epoche in cui nemmeno esistevano le norme igienico-sanitarie (ad esempio gli alloggi nei centri storici) non hanno alcuna possibilità di poter rispettare queste restrittive regole e, quindi, obbligare a doverle rispettare può portare a dover effettuare interventi invasivi di allargamento finestre o modifica radicale dell'impianto di immobili esistenti tali da rendere gli interventi o diseconomici, o troppo invasivi soprattutto se da effettuarsi in contesti storici.

A superare questa rigida impostazione, è venuto in aiuto l'art. 10 comma 2 del DL 76/2020, il quale ad oggi specifica che le disposizioni del DM sanità, valgono solo per gli edifici realizzati successivamente all'entrata in vigore dello stesso decreto. Dunque anche nell'ambito della ristrutturazione degli immobili antecedenti si può fare riferimento ai requisiti igienico sanitari dell'epoca di realizzazione. Sebbene questa sia una novità davvero significativa, apre purtroppo un mondo interpretativo. I requisiti igienici prima del DM sanità erano regolati o dalle istruzioni ministeriali di fine ottocento, oppure dai regolamenti edilizi e di igiene dei singoli comuni, delle cui evoluzioni si è spesso persa traccia nel tempo: solo perché a me è venuto in mente di spulciare nei vecchi archivi, so che il rapporto aeroilluminante prima di essere 1/8 a Roma era di 1/10, ma purtroppo non è facile ricostruire l'esatta disciplina locale in vigore in un determinato momento storico. Va detto però che questa disposizione è transitoria, in quanto è prevista la sua validità nelle more dell'approvazione del decreto ministeriale previsto dall'art. 20 comma 1 bis che stabilirà i criteri specifici per l'agibilità e che presumibilmente andrà a sostituire il decreto sanità del 1975. Questo decreto, previsto dal comma 1 bis dell'art. 20 del DPR 380/01 avrebbe dovuto essere pubblicato entro 90 giorni dalla sua introduzione, avvenuta nel 2016: è probabile che dopo la pubblicazione del DL semplificazioni la cosa subirà un nuovo impulso. Nel frattempo, si potrebbe valutare di interpretare la norma nel suo senso letterale e dare comunque "per buoni" i rapporti "legittimamente" preesistenti, indipendentemente dalla disciplina effettivamente in vigore all'epoca del rilascio della licenza relativa alla costruzione (ma ogni tecnico deve agire secondo coscienza). 

Nel merito della questione, sono comparse, a distanza di quasi un anno dalla modifica normativa, delle sentenze che aiutano ad inquadrare meglio la situazione: anzitutto, segnalo la sentenza TAR Piemonte - Torino n°411/2021 che, pur essendo incentrata su una questione di idoneità alloggiativa, fa riferimento alla predetta novità legislativa per dare ragione ad un cittadino che ha dichiarato idoneo all'abitazione un immobile residenziale non conforme al DM sanità del 1975 ma invece conforme alle istruzioni ministeriali del 1896, in quanto edificato in data anteriore al 1975. Nella sentenza, viene confermata la logicità del ragionamento del ricorrente il quale sosteneva la conformità igienico-sanitaria dell'immobile proprio perché edificato in epoca in cui il DM sanità non era ancora stato pubblicato. E' a mio avviso importate rimarcare che, da quel che si capisce dalla sentenza, il tecnico che fu incaricato di redigere l'idoneità alloggiativa aveva correttamente riportato sulla sua dichiarazione che l'immobile NON era conforme al DM sanità ma che lo era con riguardo alle norme igienico sanitarie precedentemente in vigore: questa correttissima posizione, è vero, ha inizialmente danneggiato il committente perché questi si è visto rigettare l'istanza di idoneità alloggiativa dal Comune, ma questi, insorto dinanzi al TAR, ha poi avuto ragione anche grazie al corretto approccio iniziale del proprio tecnico.

Per converso, il TAR Lombardia, Milano, sez. II, n°1365/2021, ispirandosi alla stessa norma, specifica che il passaggio normativo non può riferirsi a immobili che non nascevano come abitativi e che erano preesistenti al 1975: il caso di specie, infatti, tratta di un locale sottotetto abusivamente convertito all'uso abitativo ed oggetto di domanda di condono in epoca successiva al 1975, dunque non vi sarebbero, nel caso di specie, rapporti e dimensioni incidenti sui parametri igienico-sanitari "legittimamente preesistenti" a cui fare riferimento.

il paragrafo che segue è aggiunto il 28 luglio 2021 - fa riferimento ad un passaggio normativo che è entrato in vigore il 01 agosto 2021

Il Decreto Semplificazioni 2021*, nella sua conversione in legge (avvenuta con L. n°108/2021 pubblicata sulla G.U. n°181 del 31 luglio 2021), con l'art. 51 comma 1 lett. f-bis , aggiunge un ulteriore comma dopo il 2, all'art. 10 del DL 76/2020, introducendo una specifica disciplina per gli immobili "di interesse culturale, sottoposti a tutela ai sensi del codice dei beni culturali e del paesaggio": in questi immobili sono consentiti limiti igienico-sanitari assai più permissivi di quelli specifici del DM sanità del 1975, in quanto espressamente gli ambienti abitabili possono avere altezza di soli 2,40 metri invece che 2,70 e 2,2 metri invece di 2,4 per i locali di servizio (bagni e ripostigli), gli ambienti devono avere un fattore medio di luce diurna dell'1% invece che del 2% (e l'1% si raggiunge, credetemi), e le finestre possono rispettare il rapporto aeroilluminante di 1/16 invece che di 1/8. Inoltre, viene specificato che, limitatamente a questa tipologia di immobili, le trasformazioni, anche importanti ed anche ricomprendenti i mutamenti di destinazione d'uso, possono fare sempre riferimento ai rapporti legittimamente preesistenti. Infine, l'agibilità di questi immobili fa riferimento a questi parametri derogati.

Per il mutamento d'uso, si presti attenzione al fatto che i parametri derogati della norma fanno riferimento esclusivamente alle destinazioni abitative: dunque appare naturale ritenere che gli immobili che invece non sono abitativi o che comunque non lo saranno dopo il mutamento d'uso, sembra non possano accedere a questi parametri derogati.

Dunque sembra tutto molto pacifico: gli immobili storici che sono tutelati dal Codice dei Beni Culturali, possono beneficiare di uno specifico sistema derogatorio dei rapporti aeroilluminanti, e questo è un bene perché su questo stesso blog avevo avuto modo di scrivere che è letteralmente impossibile, in molti casi, che gli edifici siti all'interno dei centri storici possano rispettare i parametri del decreto sanità 1975, ma questa cosa, in parte, l'avevamo già superata con l'art. 10 comma 2 DL 76/2020 commentato nella prima parte di questo post, il tutto sempre nell'attesa del decreto ministeriale che aggiornerà e supererà il decreto sanità 1975.

Comunque, a differenza della specifica dell'art. 10 comma 2 del DL 76/2020 la quale è appunto una norma transitoria nell'attesa del nuovo decreto sanità, quella contenuta nel comma 2 bis introdotto dal DL 77/2021 è una norma definitiva in quanto non presenta alcun richiamo alla transitorietà della disciplina in vista di future specifiche normative.

Tuttavia, da come è scritta la norma, la specifica disciplina non sembra applicarsi limitatamente ai centri storici o agli immobili vincolati ai sensi della parte II del Codice, ma, bensì, sembra riferirsi ad ogni immobile vincolato ai sensi del Codice, il che creerebbe delle disparità in quanto esistono vaste aree del territorio italiano, edificate di recente e successivamente al 1975, su cui ricadono vincoli paesaggistici, gestiti dalle norme della parte III del Codice. Analizziamo insieme le parole usate dalla norma perché in effetti non sembra essere così, anche se la definizione è vaga: il passaggio normativo di cui si discute fa riferimento agli "immobili di interesse culturale sottoposti a tutela ai sensi del codice dei beni culturali e del paesaggio"; ebbene, l'art. 2 comma 1 del d.lgs. 42/04 indica che "il patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici". Dal comma 1 sembra capirsi che i "beni culturali" sono solo quelli gestiti dalla parte II del Codice, come indica il successivo comma 2; tuttavia, anche nei beni paesaggistici, gestiti dalla parte III del Codice, vi sono "immobili ed aree [...] costituenti espressione dei valori storici, culturali, [...]", dunque si comprende abbastanza chiaramente che un "immobile di interesse culturale" può riferirsi ad un qualunque tipo di vincolo del Codice, purché sia genericamente riferito alla tutela di un interesse culturale (ed è pacifico che l'interesse culturale non è rappresentato solo dai monumenti ma anche da certe tipologie di paesaggio, come quello dei centri storici). In verità la cosa andrebbe letta, a mio modesto parere, nel seguente modo: i beni tutelati ai sensi della parte II sono praticamente sempre da ricondursi agli "immobili di interesse culturale" (come da comma 2 art. 2 d.lgs. 42/04) mentre invece non tutti i beni paesaggistici lo sarebbero: ai sensi dell'art. 136 comma 1, solo alle lettere b) e c) troviamo parole che possono riferirsi a questa categoria di beni, sebbene la parola "culturale" in effetti nell'art. 136 non appare da nessuna parte. Non si può distinguere quindi se un bene tutelato ai sensi dell'art. 136 commma 1 lett. a) sia da annoverarsi al patrimonio culturale solo perché "storico": teoricamente sì, ma il Codice non indica mai espressamente questa uguaglianza.

Forse, e dico forse, si potrebbe prendere in prestito la distinzione tra beni paesaggistici "culturali" e "propriamente paesistici" contenuta nel DPR 31/17, nella misura in cui, negli allegati A e B, detta, a volte, una disciplina più restrittiva a quegli immobili ricadenti tra quelli dell'art. 136 comma 1 lettere a), b) e c) ma limitatamente a quelli di interesse storico-architettonico o storico-testimoniale, ovvero ricompresi nei nuclei storici (cfr DPR 31/17 allegato A punto A.2 ultimo periodo).

Insomma, avrei gradito che la norma fosse più chiara nell'individuare gli immobili di "interesse culturale" perché potrebbe avvenire che i più smaliziati ritengano che la disciplina di forte favore si possa estendere a qualunque vincolo anche di natura prettamente paesistica, il che non sembra essere l'intenzione della norma. L'intento della norma probabilmente vuole limitare l'ambito di applicazione a tutti i beni tutelati ai sensi della parte II del Codice, nonché a quelli che si trovano in vincoli paesaggistici storici o storico-testimoniali come i centri e nuclei storici.

In sintesi, facendo riferimento al passaggio  normativo dell'art. 10 comma 2 DL 76/2020 sembra in effetti possibile presentare progetti per immobili edificati prima del decreto sanità del 1975 e che non rispettano i parametri dello stesso decreto, purché si dimostri che la conformazione dell'immobile è legittima, e che la nuova distribuzione non è in contrasto con i rapporti legittimi preesistenti (io la interpreto nel senso che le trasformazioni interne non devono peggiorare i rapporti originari). Genericamente si può fare riferimento alle istruzioni ministeriali del 1896, ma io consiglio di analizzare anche le versioni passate dei regolamenti edilizi locali, laddove disponibili.

10 commenti:

  1. Buonasera architetto,
    quindi qualsiasi intervento di manutenzione straordinaria interno (ridistribuzione degli ambienti interni) ad un appartamento ante 1975 può essere progettato senza prendere in considerazione le indicazioni del decreto sanità?
    Oppure nel momento in cui si interviene (oggi) è obbligatorio adeguare gli ambienti oggetto di manutenzione alle norme vigenti (magari riducendo - così come spesso "suggerito" dai tecnici comunali - la Superficie utile degli ambienti introducendo spazi tecnici o simili)?
    Sempre facendo riferimento ad un'unità abitativa ante 1975, cosa fare nel caso di difformità di distribuzione interna ovvero differente da quella depositata presso gli archivi comunali, avente parametri non rispondenti a quelli del decreto sanità?

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    1. il dispositivo dell'art. 10 comma 2 non è del tutto chiaro, comunque il riferimento più diretto è ai parametri igienico sanitari "legittimi" sull'immobile in cui si interviene. questo secondo me apre alla prospettiva di una doppia verifica: da un lato, bisogna attenersi (e non peggiorare) i rapporti igienico-sanitari dell'immobile così come è (verificando che sia conforme al suo progetto, s'intende) mentre dall'altra andrebbe verificato che i rapporti dell'epoca non erano in contrasto con quelli in vigore ed imposti dal regolamento edilizio o da altri dispositivi. Dunque in tali margini, è possibile modificare una unità immobiliare senza "peggiorare" i valori igienici esistenti, ma è possibile farlo anche senza necessariamente rispettare le indicazioni del decreto sanità.

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    2. Grazie mille per la risposta!
      quindi, per assurdo, sarebbe possibile lasciare la cucina nella sua posizione iniziale anche se questa si affaccia su una chiostrina o sia servita da una finestra "sottodimensionata".
      A presto e complimenti!

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    3. le cucine fin da epoche trascorse dovevano avere affaccio verso l'aria libera, a meno che non si tratti di immobili davvero risalenti nel tempo, in epoche antecedenti ad ogni regolamentazione in materia (direi almeno prima del 1896).

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  2. Ciao Marco, ma quindi, nella compilazione di una cila ex art. 37 , laddove la demolizione di tramezzi non collaboranti (che delimitavano piccoli ambienti di servizio non finestrati) generi un nuovo ambiente unico dotato di finestra, ma di dimensioni non sufficienti a coprire 1/8 come previsto, trattandosi di imm.le del 1950, come consigli di riportare nella pratica per legittimare l'intervento, che ha senza dubbio migliorato la fruibilità dell'immobile? Grazie anticipatamente per la tua competenza e cortesia costanti.

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    1. la gestirei come una pratica per nuova trasformazione, evocando il nuovo dispositivo di legge

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  3. Salve Architetto Campagna, ho appena visto la sua pagina. Volevo chiederle un aiuto. Mi chiamo Alessandro e sono proprietario di un locale C1 a Rm, 67 mq zona Centro Storico, via di Grotta Pinta, dietro Campo de Fiori. Il locale fa parte di un condominio, ha un'unica vetrina ingresso, all'interno un bagno e un lucernaio. Alla luce del nuovo dispositivo di legge, E' possibile trasformarlo ad uso abitativo? grazie per disponibilità

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    1. la regola transitoria può aiutare fino ad un certo punto, comunque a prescindere dalla novella, l'intervento potrebbe essere fattibile ma occorre verificare che ricorrano tutti i presupposti tecnico-urbanistici.

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Grazie per il commento. verifica di essere "nell'argomento" giusto: ho scritto diversi post su vari argomenti, prima di commentare controlla che il quesito non sia più idoneo ad altri post; puoi verificare i miei post cliccando in alto nel link "indice dei post". I commenti inseriti nella pagina "chi sono - contatti" non riesco più a leggerli, quindi dovrete scrivere altrove: cercate il post con l'argomento più simile. In genere cerco di rispondere a tutti nel modo più esaustivo possibile, tuttavia potrei non rispondere, o farlo sbrigativamente, se l'argomento è stato già trattato in altri commenti o nel post stesso. Sono gradite critiche e più di ogni altro i confronti e le correzioni di eventuali errori a concetti o procedure indicate nel post. Se hai un quesito delicato o se non riesci a pubblicare, puoi scrivermi in privato agli indirizzi che trovi nella pagina "chi sono - contatti". Sul blog non posso (e non mi sembra giusto) pubblicare le mie tariffe professionali: scrivimi un email per un preventivo senza impegno. Grazie.