giovedì 23 luglio 2015

ristrutturazioni e barriere architettoniche

Le barriere architettoniche dovrebbero essere ovunque eliminate, ma in alcuni contesti, come per esempio la ristrutturazione di appartamenti esistenti, magari in contesti storici ma anche più recenti, può rappresentare dei limiti insormontabili. Questo post vuole essere una guida, orientata soprattutto a chi intende ristrutturare il proprio appartamento, per cercare di capire se e quando la ristrutturazione interna sia soggetta all'obbligo di realizzazione di apposite opere per l'eliminazione delle barriere architettoniche.



La legge generale di riferimento è la 13/89, oltre ovviamente agli articoli 77  e 82 del DPR 380/01, che ha istituito l'obbligo di prevedere specifiche accortezze per l'eliminazione delle barriere architettoniche anche all'intero delle abitazioni private. Tale norma all'art. 1 (ma il concetto è ribadito identico nel decreto attuativo) limita l'applicazione degli obblighi ai seguenti casi:
- costruzione di edifici nuovi, indipendentemente dalla destinazione d'uso
- ristrutturazione "di interi edifici"

Questo post non ha l'intento di produrre un vademecum progettuale, perché sarebbe un argomento eccessivamente ampio e perché, tutto sommato, il decreto attuativo della legge 13/89 - qui se ne trova una copia con anche i disegni - sul sito della Gazzetta si trovano gli schemi grafici dell'art. 9 - è abbastanza chiaro e leggibile senza troppe difficolta. Quello che mi interessa curare in questo post è il quando si è effettivamente soggetti agli obblighi della normativa.

Riprendendo i casi in cui va applicata la normativa, capiamo che nell'intervenire sull'esistente, se non stiamo effettuando interventi di ristrutturazione edilizia sull'intero edificio (il decreto ministeriale di attuazione della legge 13/89 specifica che per ristrutturazione si intende quella di cui all'art. 31 lettera d) della legge n. 457 del 5.8.197, oggi confluta nel DPR 380/01 ed in particolare art. 3 comma 1 lett. d) ) non siamo tenuti a rispettare le norme di questa legge: quindi negli interventi di normale manutenzione straordinaria (che contempla per esempio la diversa distribuzione degli spazi interni) o manutenzione ordinaria (rifacimento impianti, pavimenti, ripiastrellatura bagni) possiamo non preoccuparci di questi vincoli normativi (sarebbe comunque giusto tenerne conto, ma può legittimamente non essere negli interessi del privato inserire ulteriori vincoli progettuali oltre quelli - numerosi - già esistenti) ma attenzione: la ristrutturazione edilizia è una tipologia di intervento che può facilmente "sbucare" da dietro l'angolo quando facciamo degli interventi in un edificio esistente: sono per esempio interventi di ristrutturazione, a titolo esemplificativo e non esaustivo, la modifica della forma dei vani finestra o la realizzazione di una tettoia esterna. Non sono classificabili come ristrutturazione invece gli interventi, sempre a titolo esemplificativo e non esaustivo, di sostituzione infissi esterni senza modifica del vano murario; installazione pensiline esterne; diversa distribuzione spazi interni; sostituzione di elementi strutturali ammalorati. Altri interventi, prima classificati come ristrutturazione edilizia, oggi sono manutenzione straordinaria, come il frazionamento degli immobili. In ogni caso, la legge a mio parere è abbastanza chiara nell'indicare che l'obbligo si applica a ristrutturazione "di interi edifici" (art. 1 della L 13/89 ed art. 77 DPR 380) e così pure conferma la circolare esplicativa del ministero di giugno 1989 e altri documenti prodotti da pubbliche amministrazioni, e dunque si può con discreta certezza ritenere che interventi di ristrutturazione edilizia non inerenti interi edifici ma magari limitati a singole unita immobiliari (ovviamente residenziali o comunque non aperti al pubblico) non faccia scattare gli obblighi normativi. Tuttavia, potreste imbattervi in pareri contrastanti e, in interventi magari su porzioni consistenti dell'edificio anche se non integrali, laddove il rispetto dell'obbligo sia a portata di mano senza sforzi, produrre comunque la tavola con le verifiche di legge può non essere un'idea sbagliata.

Attenzione comunque al dettame generale introdotto dalla successiva Legge 104/92, art. 24 comma 1, dove è stabilito che ogni opera edilizia che è suscettibile di limitare l'accessibilità o la visitabilità è vietata, sebbene qui si specifichi che ciò vale solo per gli edifici pubblici o aperti al pubblico. Dunque di fatto in detti locali, la verifica dei requisiti di visitabilità e/o accessibilità è sempre richiesta a prescindere dal tipo di intervento che si sta facendo. Si parla comunque sempre di "edificio" e non di "unità immobiliare", tuttavia la dizione normativa qui è talmente generica che a mio parere vi si devono ricomprendere anche gli interventi sui singoli immobili aventi uso pubblico o aperto al pubblico.

Una domanda che potrebbe sorgere spontanea, soprattutto tra chi frequenta assiduamente questo blog, è se il cambio di destinazione d'uso possa essere assimilato alla ristrutturazione edilizia, dato che in una circolare comunale si specifica proprio questo. Ebbene, secondo me, il decreto del fare, avendo creato di fatto una categoria di intervento a sè stante (quella appunto del cambio di destinazione d'uso) ha superato il concetto espresso nella circolare comunale e dunque il cambio d'uso può essere inteso come un opera non soggetta agli obblighi della legge.  In ogni caso, la Legge 104/92, art. 24 comma 6, specifica chiaramente che nel caso di cambio di destinazione d'uso "di edifici" verso destinazioni pubbliche o aperte al pubblico debba avvenire solo previa verifica dei requisiti di abbattimento delle barriere architettoniche. Dunque suggerisco comunque di rispettare le caratteristiche della visitabilità (o dell'accessibilità se del caso) se si dovesse procedere a cambio d'uso verso locale aperto al pubblico.

laddove non arrivano le prescrizioni del combinato disposto della L 13/89 e L. 104/92, arriva il DPR 503/96 con le prescrizioni specifiche per i locali pubblici e aperti al pubblico.

Dei temi fin qui visti, mi sembra ben fatta questa Giuda del Comune di Parma la quale peraltro, per quanto detto prima, va a riconfermare che l'obbligo normativo scatta per "ristrutturazione di interi edifici".

in generale, comunque, se non rientriamo nei casi previsti dalla legge (cioè edifici nuovi o interventi di ristrutturazione edilizia su interi edifici così come definiti alla lettera d) comma 1 art. 3 TUE) l'applicazione delle norme sulle barriere architettoniche non è obbligatoria. Diverso ovviamente è il caso in cui sia uno dei proprietari di un alloggio in un condominio a chiedere che vengano realizzate opere di abbattimento delle barriere architettoniche in un edificio esistente: ma questa casistica non è oggetto della trattazione del presente post (lo amplierò eventualmente in seguito o farò un altro post: ora ho preferito focalizzarmi sull'intervento nella singola unità immobiliare)

Dato che, in teoria, tutti gli edifici il cui progetto è stato depositato dopo l'entrata in vigore della legge del 1989 (1 agosto 1989) sono soggetti alla normativa, e dato che la legge prescrive che in tali edifici tutti gli alloggi debbano essere visitabili, è bene che nell'intervenire su questi immobili, anche per fare delle semplici diverse distribuzioni degli spazi interni, si effettuino sempre progetti che soddisfino il requisito richiesto: dunque - secondo me - in tali contesti gli immobili sono comunque soggetti all'obbligo di rispettare queste norme, anche se non si effettuano opere di ristrutturazione edilizia, sebbene qui non sia chiaro se si debba o meno produrre l'elaborato di verifica della visitabilità e della adattabilità. Attenzione però perché, se pure sia corretto ritenere che l'elaborato non vada prodotto espressamente, si potrebbe ritenere che nel caso di specie i requisiti debbano comunque implicitamente essere verificati e che questa responsabilità rientri tra quelle che il tecnico progettista si assume implicitamente.

Per analogia, qualora si intervenga su un immobile o su una parte di un immobile che era soggetto al requisito dell'accessibilità (perché appunto di nuova costruzione o perché soggetto a ristrutturazione edilizia dopo il 1989) il progetto di ristrutturazione dovrà tenere conto del dettame normativo ed applicarvi le stesse regole.

Se, comunque, siete soggetti alla normativa suddetta ma siete costretti a creare degli impedimenti (per esempio, nell'adeguamento di un edificio storico, potreste essere costretti a creare un gradino su diversi ambienti per poter realizzare correttamente gli scarchi dei bagni) sappiate che l'art. 7 punto 4 del decreto vi consente di derogare, ma solo nel caso di ristrutturazione (giustamente); in questo caso dovrete proporre delle soluzioni tecniche che siano considerate valide, e bisogna relazionare ampiamente sul perché non è possibile rispettare il dettame normativo, e l'ufficio tecnico preposto dovrà validare la vostra proposta di deroga, autorizzazione che si allegherà al titolo edilizio. Comunque io ritengo che nella progettazione, in particolare in contesti storici ed intervenendo all'interno della singola unità immobiliare serva sempre un po di buonsenso: un piccolo gradino, se ben segnalato, anche se più alto dei 2,5 cm prescritti o una breve rampetta anche al di sopra del 12% di pendenza possa non essere considerata una violazione delle norme e possa non essere soggetto alla richiesta di deroga; viceversa una porta con luce netta di 60cm per il bagno che deve essere visitabile è una chiara violazione della normativa (il minimo per le porte è 75cm, per gli spazi visitabili).

Fin qui abbiamo parlato di normativa nazionale, comunque in specifici contesti potrebbe esistere una normativa locale (regionale o comunale) più restrittiva o che vi obbliga a rispettare i requisiti previsti dalla legge anche in interventi diversi dalla nuova costruzione o ristrutturazione edilizia.

Ho scritto prima che il decreto è abbastanza chiaro, comunque mi sembra giusto specificare alcuni aspetti, tutti presi dalle prescrizioni di cui all'art. 3:

- le residenze monofamiliari o anche le plurifamiliari purché prive di spazi comuni (le villette bi-tri-quadrifamiliari, in cui ciascuno ha il propro accesso diretto dalla strada pubblica) necessitano del solo requisito dell'adattabilità.

- nei locali dove si svolge una attività che è aperta al pubblico (quindi anche locali di vendita, laboratori analisi, studi medici, etc) fino a 250mq bisogna garantire accessibilità a tutti gli spazi che possono prevedere la relazione con persone esterne, ma non c'è prescrizione sui servizi igienici. Nel caso in cui l'immobile abbia una superficie superiore a 250mq è inoltre obbligatorio che almeno un servizio igienico sia accessibile.

- le attività che non prevedono un rapporto con il pubblico (impianti produttivi, uffici privati, laboratori artigiani, etc) sono obbligate a garantire il requisito dell'accessibilità se sono contestualmente soggette alla legge sul collocamento obbligatorio; altrimenti è sufficiente garantire l'adattabilità.

- nella ristrutturazione di abitazioni private, se non si effettuano interventi di RE e se non si tratta di immobili edificati o soggetti a ristrutturazione posteriormente al 1989, da quanto ho capito non ci sono adempimenti da rispettare.

- l'appartamento accessibile non necessariamente deve avere tutti gli ambienti accessibili: il secondo bagno per esempio può non esserlo. la norma comunque non specifica in modo chiaro questo aspetto, cioè se è ammissibile che una porzione di un immobile accessibile possa non esserlo (pensiamo agli appartamenti su due livelli: la norma ammette il montascale per spazi privati, ma se al piano terra ho la cucina, il salotto, una camera da letto ed il bagno accessibile, il piano superiore può non essere accessibile? io non ho la risposta).

- per garantire l'adattabilità, la norma impone solo che non si debbano effettuare interventi sulle strutture portanti del fabbricato e che non sia necessario spostare le condotte impiantistiche condominiali: dunque di fatto è possibile prevedere anche demolizione o spostamento tramezzi nel progetto di adattabilità. La norma parla solo di "costi contenuti" ma senza dare riferimenti concreti.

- la legge 104/92 art. 24 stabilisce l'inagibilità per edifici "pubblici o aperti al pubblico" realizzati senza considerare la legge sull'abbattimento delle barriere. Nulla dice però sugli edifici privati. Ciò potrebbe significare due cose (le affermazioni che faccio sono un po' forti e poco corroborate da casi pratici, dunque consideratele più delle riflessioni accademiche): 1. che il problema dell'eventuale mancato adempimento della norma, negli edifici pubblici o aperti al pubblico, va ad inficiare l'agibilità ma forse non il titolo edilizio originario (dal che si potrebbe auspicare una possibilità di sanatoria o di trasformazione successiva atta all'adeguamento); 2. che per gli immobili non aperti al pubblico, cioè privati, rimane la violazione normativa ma astrattamente non l'impossibilità di ottenere l'agibilità.

- la L 104/92 art. 24 comma 3 impone che per gli immobili pubblici o aperti al pubblico, al progetto deve essere allegato il grafico con la verifica delle prescrizioni. E per quelli non pubblici o non aperti al pubblico? a mio modesto parere, prevale in tal caso il generico articolo 1 della L 13/89 che appunto non impone, come la L 104 per le opere pubbliche, un grafico apposito, ma prescrive che "i progetti sono redatti in osservanza delle prescrizioni tecniche", dunque è una prescrizione implicita, che non necessita eventuale graficizzazione, ma rimane l'obbligo di produrre una dichiarazione specifica (anche sugli stessi elaborati grafici?).

46 commenti:

  1. Gentile Architetto Campagna,
    continuo a leggere con interesse i suoi post ad ogni aggiornamento!

    In questo caso mi trovo a chiederle come al solito una conferma o una smentita:

    -sto seguendo una RE2 con DIA rilasciata per l'apertura di una finestra in un villino plurifamiliare, con accesso indipendente da strada, che si sviluppa su piano seminterrato, rialzato e primo. Come al solito presa da dubbi dati dalla mia inesperienza, mi chiedevo se, considerato che ho eseguito una RE2 debba rispettare la visitabilità oppure se basta il criterio di adattabilità essendo l'unità immobiliare ricadente in: " edifici residenziali unifamiliari ed in quelli plurifamiliari privi di parti comuni, è sufficiente che sia soddisfatto il solo requisito dell'adattabilità" come dice l'art. 3 da Lei citato in fondo al post...

    Se dovessi rendere visitabile la mia u.i. sarei costretta ad installare servoscale, predisporre vani porta differenti, il tutto durante l'esecuzione lavori...un vero problema!!! Cosa ne pensa?

    Grazie mille per la sua dispobilità sempre dimostratami.

    Cordiali saluti. A.

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    1. ricadendo nella classificazione di "residenza pulrifamiliare priva di spazi comuni", pur avendo effettuato lavori di ristrutturazione edilizia, sei soggetta al solo requisito dell'adattabilità. Comunque se pure fossi stata in un condominio o comunque un edificio plurifamiliare con parti comuni il requisito richiesto sarebbe stato la visitabilità e non l'accessibilità: la visitabilità accetta che il diversamente abile debba poter accedere agli spazi di convivio (salone, pranzo) e ad un servizio, dunque comunque non saresti stata obbligata a realizzare montascale o ascensori o tutti i bagni accessibili.

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  2. Buongiorno,
    mi trovo a dover inserire un ascensore in un vano scala esistente in un condominio nel municipio Roma XIV e per fare ciò devo effettuare un taglio sulle rampe della scala per ridurne la larghezza.
    Personalmente ritengo che non sia applicabile la normativa dei Vigili del Fuoco (D.M. 246/87) prescrive, per gli edifici di civile abitazione con altezza fino a m.54, scale con larghezza di cm. 105, in quanto il campo di applicazione di dette norme (art.1.1) riguarda gli edifici di nuova costruzione o edifici esistenti in caso di ristrutturazione che comportino modifiche sostanziali. Si intendono per modifiche sostanziali lavori che comportino il rifacimento di oltre il 50% dei solai o il rifacimento strutturale della scala o l'aumento di altezza (NB il taglio delle scale non è stato classificato come "rifacimento strutturale"). Per gli edifici esistenti si applicano le disposizioni contenute nell'art. 8 dove non si prevede nessuna limitazione dell'ampiezza della rampe.
    Non si dovrebbe applicare nemmeno il dm 236/89 che agli art. 1 e 2 chiarisce inequivocabilmente il campo di applicazione del decreto alla nuove costruzioni ed alle ristrutturazioni edilizie, Quindi nel caso di manutenzione straordinaria non sono applicabili sia le norme relativa alle dimensioni delle scale (almeno 1,20 m), sia quelle relative alle dimensioni minime dell'ascensore e delle porte di piano (art. 4.1.12 e 8.1.12).
    Volevo sapere se invece per la prassi romana devo rispettare la larghezza minima delle rampe e, in caso affermativo, dove trovare tale misura sia indicata (ammesso che lo sia) tra i vari regolamenti edlizi o nta del prg.olevo sapere se devo rispettare la larghezza minima delle rampe e, in caso affermativo, dove trovare tale misura sia indicata (ammesso che lo sia) tra i vari regolamenti edlizi o nta del prg.

    Grazie!




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    1. non mi è mai capitato di dover affrontare il tema nello specifico: conviene confrontarsi con il tecnico municipale.

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  3. Saprebbe però cortesemente indicarmi in quali documenti (REC, NTA del PRG) sono presenti le indicazioni sulla larghezza minima delle scale nei condomini?
    Grazie!

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  4. si riferisce al D.M. 246/87?

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  5. Buongiorno architetto,
    premesso che mi associo nei complimenti per il suo impegno e per la chiarezza espositiva, ho un dubbio: sto elaborando una manutenzione straordinaria di di unità residenziale all'interno di condominio con parti comuni. Il cliente ora mi chiede un rifacimento dell'impianto di riscaldamento con radianti a pavimento, il che mi comporta un innalzamento di quota dell'appartamento di almeno 10 cm. Posto che i coinquilini non hanno nulla in contrario a fargli modificare l'ingresso (alzando la quota del portoncino), mi ritrovo con un'ulteriore barriera (oltre alla rampa di scale condominiali, che in questa sede non mi compete) che impedisce la visitabilità all'u.i., a meno di porre una rampa mobile o una piattaforma, che però insistano sul pianerottolo comune, cosa che reputo lesiva dei diritti terzi.
    Secondo Lei come posso comportarmi? Impongo al cliente di tornare sui propri passi, intervenendo col rialzo per lo meno entro la proprietà (con i giusti spazi di manovra per superare il gradino totalmente dentro l'u.i.)/è un eccesso di zelo mio (non credo...)/esiste un sistema che risolverebbe in altro modo?
    Grazie sin d'ora per la disponibilità e buon lavoro,

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    1. se l'edificio è stato realizzato ed autorizzato prima del 1989, non svolgendovi all'interno lavori di "ristrutturazione edilizia", di fatto non è richiesto di raggiungere il requisito della visitabilità, dunque per il gradino non ci sarebbero problemi. Entro un certo dislivello, poi, il gradino è ammesso (anche se vale in verità per i marciapiedi pubblici). Così è come io l'ho sempre interpretata: se qualcuno la pensa diversamente, parliamone.

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    2. Buongiorno Architetto,
      purtroppo (soprattutto per me) la devo smentire..nonstante le premesse più che lecite e sensate anche da Lei fatte, il Comune mi ha diniegato la CILA in quanto ravvede creazione di nuova barriera (come se i dieci gradini dell'impraticabile scala condominiale e l'impossibilità di installare un ascensore non contassero nulla...) e pertanto violazione delle norme..ora mi tocca provare un permesso di costruire in deroga, sperando in bene, visto che oltretutto il gradino è già fatto... Cordialmente,

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    3. continuo a ritenere che non sia necessario: la legge è abbastanza chiara nel dire che l'abbattimento delle barriere negli edifici esistenti è dovuta solo in caso di ristrutturazione edilizia. se la CILA è stata rigettata solo per questo aspetto, mi sembra ci siano gli estremi per far valere le proprie ragioni e proverei ad andare a parlare col dirigente tecnico municipale.

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  6. Buongiorno, anche io mi accodo ai complimenti per il suo blog.
    E anche io le vorrei porre un quesito: nella ristrutturazione di un appartamento al secondo piano di un condominio si dovrebbe rispettare il requisito della visitabilità secondo il punto 3.4 comma a). Quindi il servizio igienico dovrebbe rispettare tutti i requisiti di interdistanza con le possibilità di manovra (es l’accostamento laterale al wc)? In più si devono inserire le dotazioni di corrimano? Accostamento laterale nel mio caso vuol dire rinunciare al bidet o fare dei grossi sacrifici nella parte relativa al lavandino. Così come sono problemi, sia pure solo estetici ma lo sono, i corrimano prescritti dalla norma. A me pare abbia più senso il requisito dell’adattabilità: cioè uso il bagno per assolvere alle esigenze attuali ma prevedo l’adattabilità futura: se mai dovesse capitare la necessità tolgo il bidet e risolvo l’accostamento laterale, tolgo il wc e monto un wc unico che faccia anche da bidet con cornetta doccia a disposizione. E i corrimano li monto quando serve.
    Lei cosa ne pensa?

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    1. Mi auto-rispondo perchè non avevo raggiunto la fine del punto 4.1.6:
      ****
      Negli alloggi di edilizia residenziale nei quali è previsto il requisito della visitabilità, il servizio igienico si intende accessibile se è consentito almeno il raggiungimento di una tazza w.c. e di un lavabo, da parte di persona su sedia a ruote.

      Per raggiungimento dell'apparecchio sanitario si intende la possibilità di arrivare sino alla diretta prossimità di esso, anche senza l'accostamento laterale per la tazza w.c. e frontale per il lavabo.

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  7. Buona sera, utilizzo la vostra esperienza per un tema legato alla installazione di un servo scala per il superamento delle barriere architettoniche. L'installazione è recente, inizio 2016. Oggi sono incaricato a dare la certificazione di conformità a tutto l'edificio e ho riscontrato il mancato deposito del progetto dell'installazione. Secondo il sottoscritto rientra nelle manutenzioni straordinarie e il progetto andava presentato, inoltre riduce la dimensione della rampa condominiale e pone dei problemi ora alle normative legate alla vigilanza dei vigili del fuoco. Credo che si possa andare in deroga , essendo strumento per il superamento delle barriere architettoniche, ma questo appunto con la presentazione di un progetto. Potete darmi un ragguaglio rispetto alla vostra esperienza.

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    1. i servoscala omologati generalmente possono andare in deroga ma comunque va verificato. da un punto di vista urbanistico, se è opera interna e l'edificio non è vincolato attualmente si può considerare attività libera, secondo me.

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  8. Salve
    ho un quesito da proporle.
    Sto seguendo una ristrutturazione di un appartamento a due piani, sito in un palazzo. Il cliente non vorrebbe il bagno al piano primo, ma solo al secondo piano. Secondo lei è fattibile? perchè per me non si rispetta la visibilità.
    Grazie per il suo prezioso contributo.

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    1. se l'edificio è stato edificato con licenza anteriore al 1989 e non si stanno eseguendo opere di "ristrutturazione edilizia" la legge non richiede di adeguarsi alla normativa sulle barriere architettoniche, dunque si potrebbe mettere il bagno anche solo al piano di sopra.

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    2. La ringrazio moltissimo, la concessione è del 2006, e in progetto il bagno era presente. Ora in fase di ristrutturazione, i clienti vogliono eliminarlo.

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    3. se la concessione è del 2006, l'immobile deve mantenere il requisito della visitabilità, dunque il bagno al piano ingresso non può essere elminiato, a meno che non esista un montascale che porta al piano superiore.

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  9. Buongiorno Architetto, vorrei porle un quesito:sto eseguendo un cambio di destinazione d'uso di un'unità immobiliare da civile abitazione a due unità immobiliari ad uso commerciale. Le uniche opere da realizzare sono: servizi igienici, impianto elettrico ed altre opere di manutenzione ordinaria. I locali si trovano sopraelevati di circa 20 cm dalla quota del marciapiedi. Devo prevedere interventi volti al superamento delle barriere architettoniche? Grazie in anticipo per una sua risposta

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    1. al di sopra di una certa dimensione, mi pare 250mq, i locali commerciali devono garantire l'accessibilità almeno agli ambienti principali. se si è al di sotto di questa dimensione, dato che tutto sommato non si stanno facendo opere di ristrutturazione edilizia, secondo me non è necessario. potrebbe dipende anche dall'attività che si instaurerà.

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    2. Salve architetto, completati i lavori per il cambio di destinazione d'uso, mi appresto a trasmettere la segnalazione certificata di agibilità. Pertanto a questo punto dovrei dichiarare che l'intervento non è soggetto alle prescrizioni sull'abbattimento delle barriere architettoniche di cui al dpr 380/2001 e al d.m. 14/06/89 n. 236? Preciso l'art. 82 del dpr 380/01, comma 5 recita:"La richiesta di modifica di destinazione d’uso di edifici in luoghi pubblici o aperti al pubblico è accompagnata dalla dichiarazione di cui al comma 3 (comma 3:"Alle comunicazioni allo sportello unico dei progetti di esecuzione dei lavori riguardanti edifici pubblici e aperti al pubblico, di cui al comma 1, rese ai sensi dell’articolo 22, sono allegate una documentazione grafica e una dichiarazione di conformità alla normativa vigente in materia di accessibilità e di superamento delle barriere architettoniche, anche ai sensi del comma 2 del presente articolo"). Il rilascio del certificato di agibilità è condizionato alla verifica tecnica della conformità della dichiarazione allo stato dell’immobile. Mi chiedevo se è sempre valida la sua risposta anche alla luce di quanto descritto dal dpr 380/01. Inoltre preciso che la proprietà ha intenzione di fittare i locali e pertanto è ignara sull'attività che si verrà a instaurare. Grazie ancora

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    3. da un lato, la legge prevede che ci si debba adeguare alle norme solo in caso di "ristrutturazione", ed il cambio d'uso oggi non lo è più. dall'altra, i requisiti di accessibilità nei locali aperti al pubblico è condizione per ottenere il nulla osta asl. Immagino comunque che la destinazione del locale sia commerciale, dunque comunque nell'agibilità bisogna certificare che l'immobile ha i requisiti per poterlo utilizzare come tale nello stato in cui è.

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    5. Quindi prima di certificare l'agibilità dei due locali devo adeguarli(magari anche con delle rampe movibili) per l'accesso di disabili? Ma a questo punto la mia domanda è ancora un'altra:come può un disabile poter accedere al mio locale se non può accedere prima al marciapiede davanti al locale poiché privo anch'esso di rampa? Grazie per la risposta

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    6. i locali in sè devono rispettare i requisiti, anche se le parti comuni del fabbricato o gli spazi pubblici non sono accessibili, perché potrebbero diventarlo in futuro. Per l'agibilità è richiesto il parere asl laddove obbligatorio: per i locali commerciali lo è, e si richiede quel tipo di accessibilità, ma io andrei a questo punto a parlare con la ASL e sentire loro se richiedono l'accessibilità per quel locale nello specifico.

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  10. Buongiorno.
    Vorrei chiederle un parere in merito a questa casistica:
    edificio bifamiliare con ingressi indipendenti da corte comune. All'interno di detta corte realizziamo un nuovo corpo di fabbrica contenente due posti auto a servizio delle due unità.
    Essendo il garage in corte comune deve rispettare il requisito dell'adattabilità? E di conseguenza anche i percorsi che lo collegano all'immobile?
    Grazie

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    1. in teoria si, perché trattasi di opere di ristrutturazione.

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    2. quindi, a suo avviso, non accessibilità? (faccio presente che il progetto del garage non prevede il rifacimento di tutte le sistemazioni esterne, quindi sarebbe difficoltoso, oltre che oneroso (in quanto non trattasi di zona pianeggiante) riuscire a rendere accessibili i due ingressi.

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    3. a mio avviso deve rispettare il requisito previsto per le autorimesse in base alle indicazioni normative: non so sinceramente se è accessibilità o visitabilità.

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  11. Buongiorno Architetto!
    Sto eseguendo dei lavori di manutenzione straordinaria del mio appartamento. Verrà spostato il bagno e rifatti gli impianti. Verrà trasformato da bi a trilocale. L'appartamento è al settimo piano ed è parte di un complesso residenziale costruito negli anni '60, nella zona di Roma Basilica di San Paolo.
    L'architetto che sta seguendo i lavori e che ha definito progetto e CILA ritiene che sia necessario rispettare la visitabilità quindi l'obbligo di abbattimento delle barriere architettoniche.
    Quello che però leggo dal suo articolo è che l'obbligo di visitabilità sussiste solo in caso di interventi di ristrutturazione edilizia. Non mi è ben chiaro a questo punto se il mio caso rientra tra quelli definiti alla lettera d) comma 1 art. 3 TUE o meno.
    Grazie mille!

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    1. secondo me no, visto che state eseguendo una "manutenzione straordinaria". se però l'immobile o il fabbricato hanno subito di recente delle trasformazioni tali da necessitare l'adeguamento delle singole unità immobiliari, allora occorre l'obbligo di continuare a mantenere la visitabilità anche nelle trasformazioni future.

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  12. Gentile Arch. Campagna,
    le chiedo un consiglio circa il campo di applicazione del DM 236/89.
    Si devono eseguire dei lavori in un locale commerciale sito a piano strada, inferiore a 250 mq, con il servizio igienico per il pubblico sito al piano interrato e raggiungibile esclusivamente mediante una scala.
    Facendo soli interventi di MS non si rientra nel campo di applicazione del decreto (fermo restando che per la richiesta di licenza di somministrazione, vista la dcc 35/2010, uno dei requisiti strutturali è: “Assenza di barriere architettoniche, facilitazione di accesso ai disabili”).
    Se invece si dovesse trasformare una finestra del locale in portafinestra avremmo, secondo la tabella A del dlgs 222/2016, un intervento di RE cd pesante. A questo punto si entrerebbe nel campo di applicazione del DM 236 relativamente al livello della visitabilità (art. 3).
    Il mio dubbio è sull’art.3.4, dove si precisano i criteri di visitabilità, poiché la lettera “b” dice: nelle unità immobiliari sedi di riunioni o spettacoli all'aperto o al chiuso, temporanei o permanenti, compresi i circoli privati, e in quelle di ristorazione, il requisito della visibilità si intende soddisfatto se almeno una zona riservata al pubblico, oltre a un servizio igienico, sono accessibili; deve essere garantita inoltre la fruibilità degli spazi di relazione e dei servizi previsti, quali la biglietteria e il guardaroba;
    mentre la lettera “e” riporta: nelle unità immobiliari sedi di attività aperte al pubblico, il requisito della visitabilità si intende soddisfatto se, nei casi in cui sono previsti spazi di relazione nei quali il cittadino entra in rapporto con la funzione ivi svolta, questi sono accessibili; in tal caso deve essere prevista l'accessibilità anche ad almeno un servizio igienico. Nelle unità immobiliari sedi di attività aperte al pubblico, di superficie netta inferiore a 250 mq., il requisito della visitabilità si intende soddisfatto se sono accessibili gli spazi di relazione, caratterizzanti le sedi stesse, nelle quali il cittadino entra in rapporto con la funzione ivi svolta.
    Di conseguenza, essendo l’attività in oggetto un’attività di ristorazione, ma inferiore ai 250 mq, si intende assolto il requisito di visitabilità se la sala di somministrazione è accessibile mentre il servizio igienico (che ricordo è posto al piano interrato) non lo è?
    Inoltre l’art. 3.5 dice anche che le restanti parti dell’immobile devono essere adattabili, ma in questo caso oggettivamente il raggiungimento del servizio igienico non è adeguabile “a costi limitati”, se non impossibile vista la conformazione a C della scala. Questo potrebbe pregiudicare la fattibilità dell’ipotetico intervento di apertura portafinestra?
    Mi scuso per la lunghezza ma spero di aver esposto il quesito in maniera chiara.
    La ringrazio, come sempre, per il tempo dedicatomi.

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    1. leggendo le norme, sembra possibile mantenere il servizio al piano interrato, anche se la specificità non è chiara. Comunque, occorre anche leggere le norme che definiscono visitabilità ed accessibilità perché in alcuni contesti questa è garantita anche da servoscala.

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  13. Buongiorno, devo presentare una Scia per "restauro e risanamento conservativo" di una villa unifamiliare su tre livelli, infatti oltre la normale manutenzione e rifacimento impianti, dovremmo modificare anche alcuni vani finestra in prospetto, oltre che rinforzare alcuni pilastri.Secondo lei in merito alla normativa in oggetto, non essendo appunto ristrutturazione edilizia, ma restauro e risanamento conservativo, l'intervento è soggetto?Io ritengo di no, cosa ne pensa? Grazie.

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    1. la modifica della forma dei vani finestra è comunque ristrutturazione edilizia, a meno che non si tratti di ripristinare delle situazioni precedentemente autorizzate.

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    2. Grazie, per la sua pronta e precisa risposta, ho risolto, infatti si trattava di superfetazioni sui prospetti saluti

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  14. Buon giorno, devo redigere un progetto per frazionamento di unità immobiliare. L'immobile oggetto di intervento è una palazzina di tre livelli e il committente vorrebbe realizzare 3 appartamenti (uno ogni piano) con una scala interna di uso comune.
    Considerato che:
    - il frazionamento di unità immobiliare è considerato manutenzione straordinaria e non ristrutturazione;
    - l'immobile è stato totalmente ristrutturato una decina di anni fa "rispettando" il requisito di adattabilità;

    devo rispettare la normativa sulle barriere architettoniche?
    Grazie.

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    1. se l'edificio ha subìto una ristrutturazione che vincolava al rispetto delle norme sull'abbattimento delle barriere architettoniche, secondo me gli ulteriori interventi che vi si fanno devono continuare a rispettare dette norme, anche se si eseguono interventi non di ristrutturazione edilizia ma di livello inferiore. Comunque occorre valutare caso per caso, e nel caso di specie forse l'impianto generale rispetta comunque le norme sull'abbattimento delle barriere architettoniche: occorre leggere per bene il decreto attuativo e calarlo nel contesto specifico.

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  15. Grazie per la pronta risposta. Cosa intendi per impianto generale? Le porte sono da 80 cm ma i bagni non sono visitabili.

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    1. i livelli di accessibilità più delicati sono quelli delle parti del fabbricato che a questo punto diventano comuni: per le abitazioni, salvo casi particolari, è prevista solo la visitabilità. un bagno è visitabile quando il diversamente abile su sedia a rotelle può accostarsi al lavabo ed al vaso.

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    2. Grazie per la risposta.
      In mattinata ho parlato con il tecnico comunale e mi ha detto che nel mio caso le parti comuni devono essere accessibili e le unità immobiliari adattabili.

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  16. Buongiorno Architetto,
    ho presentato una CILA per diversa distribuzione degli spazi interni di un appartamento senza modifica delle parti esterne ne delle parti strutturali.
    Mi ha chiamato il Comune chiedendomi di integrare il progetto con le tavole e la relazione per la visitabilità e l'adattabilità dell'appartamento.
    Mi è sembrato di capire dal suo blog che questo tipo di intervento non necessità di questa documentazione; nel caso come dovrei comportarmi con l'ente?
    grazie per l'attenzione
    cordiali saluti Marco

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    1. nel post ho specificato che qualora si interviene in edifici che sono stati realizzati o pesantemente ristrutturati dopo il 1989, quindi soggetti alla normativa, occorre tenere presente, nelle modifiche interne, sempre l'aspetto della visitabilità e adattabilità se l'immobile ne era soggetto. Questo perché ovviamente se l'immobile nasce come soggetto a normativa, le successive trasformazioni non possono modificare quello stato ma devono essere in armonia con esso. ovviamente se il fabbricato è ante 1989 allora forse è il comune ad essere in errore.

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  17. Buon pomeriggio architetto,
    devo abbattere le barriere architettoniche ad un immobile di mia proprietà costruito prima del 1089 che sarà destinato ad attività di formazione professionale.
    In particolare vi saranno due aule didattiche al 2° e 3° piano.
    Sembra che non sia possibile installare ascensori nè servoscale a piattaforma.
    Mi chiedo se nelle norme vi siano deroghe per superare le barriere architettoniche fino al terzo piano con montascale a poltroncine e se tra i tipi di montascale a poltroncine ammissibili vi siano anche quelle mobili, per intenderci tipo scoiattolo!
    Se i montascale a poltroncina tipo scoiattolo sono ammissibili in deroga ad ascensori e piattaforme, in quali articoli di quale norma ciò è stabilito ?
    Grazie
    Giovanni Rosano

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    1. le varie sfumature della norma vanno cercate nel decreto attuativo. Eventuali deroghe alla norma, quindi per questioni che non si riescono a trovare neanche nelle maglie del decreto, vanno chieste al comune, che si deve esprimere su un progetto.

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Grazie per il commento. verifica di essere "nell'argomento" giusto: ho scritto diversi post su vari argomenti, prima di commentare controlla che il quesito non sia più idoneo ad altri post; puoi verificare i miei post cliccando in alto nel link "indice dei post". I commenti inseriti nella pagina "chi sono - contatti" non riesco più a leggerli, quindi dovrete scrivere altrove: cercate il post con l'argomento più simile. In genere cerco di rispondere a tutti nel modo più esaustivo possibile, tuttavia potrei non rispondere, o farlo sbrigativamente, se l'argomento è stato già trattato in altri commenti o nel post stesso. Sono gradite critiche e più di ogni altro i confronti e le correzioni di eventuali errori a concetti o procedure indicate nel post. Se hai un quesito delicato o se non riesci a pubblicare, puoi scrivermi in privato agli indirizzi che trovi nella pagina "chi sono - contatti". Sul blog non posso (e non mi sembra giusto) pubblicare le mie tariffe professionali: scrivimi un email per un preventivo senza impegno. Grazie.