mercoledì 1 aprile 2020

difformità pregresse, condoni e attività repressiva

Oggi un post laconico, per brevemente commentare un parere emesso dal Consiglio di Stato nel merito di difformità pregresse, risalenti alla costruzione del fabbricato, e relativa attività repressiva.



Image by Kateryna Petrova from Pixabay
l'atto a cui ci si riferisce è la decisione definitiva n°607 del 23 marzo 2020 del Consiglio di Stato. La questione è la seguente: un proprietario di un immobile si lamenta del fatto che il Comune abbia elevato una sanzione alternativa alla demolizione per aver riscontrato una difformità tra lo stato effettivo dell'immobile e l'originario progetto di costruzione. Il Consiglio di Stato conclude sostanzialmente che l'atto repressivo è corretto, perché le difformità edilizie, quindi opere che non sono mai state oggetto di istanze edilizie, non maturano mai nessuna forma di legittimo affidamento, e dunque non si può invocare il trascorrere del tempo come motivo per evitare un atto repressivo (nel caso in esame erano passati oltre 50 anni). Dunque con questo atto si va a chiarificare, ove ce ne fosse ancora bisogno, che la difformità e quindi la possibilità di reprimere l'abuso non interessa solo edifici interamente abusivi, ma anche loro modeste porzioni, laddove in difformità della licenza (nel caso di specie, una porzione di veranda annessa alla cucina di circa 4mq: una forma di abuso largamente diffusa).

i ricorrenti evidenziano che ci sono elementi per valutare che la difformità sia risalente all'originaria costruzione (si parla di continuità dei pavimenti e delle rifiniture architettoniche), ma tutto ciò viene considerato ininfluente: quello che conta, è il progetto originario di costruzione.

la vicenda trae spunto da una azione del cittadino ricorrente il quale riteneva di essere nel giusto in quanto l'immobile era stato precedentemente oggetto di condono edilizio: tuttavia, la domanda di condono non era specifica sull'ampliamento della veranda (non ci sono elementi per capire oltre di questo condono) ma riguardava evidentemente altro, ma nella planimetria associata al condono detta veranda era ben rappresentata. Il cittadino quindi scrive al comune per attivare una verifica e quindi chiedere una rettifica della concessione, per includervi anche la veranda: il comune risponde negativamente, dicendo in buona sostanza che quello che non è stato specificamente oggetto di domanda, non può considerarsi implicitamente ricompreso nella concessione in sanatoria (cosa che di recente avevo imparato a sostenere, e questo atto mi conforta) e, pertanto, fa pure partire l'attività repressiva per quello che è diventato quindi un abuso manifesto (la pubblica amministrazione, come è ricordato nell'atto, è obbligata a reprimere gli abusi, perché è una attività vincolata)

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