lunedì 1 ottobre 2018

attività di promozione sociale - terzo settore e deroga alle destinazioni d'uso

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Chi segue questo blog sa quanto si è parlato di cambi di destinazione d'uso e problematiche tecniche connesse. Oggi vediamo un caso particolare: quando, in virtù di determinati fattori, si possono costituire delle società che possono operare in deroga alle destinazioni d'uso, cioè possono svolgere la loro attività anche in locali che non avrebbero la destinazione d'uso coerente con l'attività che vi si svolge.



Non c'è nulla di oscuro: si tratta della deroga consentita dalla L. 383/2000 (art. 32 comma 4) oggi abrogata e confluita nella Legge del Terzo Settore (d.lgs. 117/2017, per quello che qui interessa, art. 71) ed è rivolta esclusivamente alle "sedi degli enti del terzo settore e locali in cui si svolgono le attività". è una norma volta a facilitare le incombenze burocratiche - in verità solo una parte, quella urbanistica relativa al mutamento d'uso - per quelle attività volte allo svolgimento di attività che possono aiutare e stimolare la vita sociale di giovani e non, dunque diciamo che va nell'ottica della tutela del pubblico interesse della salute pubblica e dello sviluppo di rapporti sociali sani e legali basati su attività sportive o culturali.

tipiche attività di terzo settore possono essere i circoli ricreativi (purché non "privati"), società sportive, scuole di danza, etc. la Legge specifica che l'attività di terzo settore di base non è a scopo di lucro (ma possono essere associazioni più ampie in cui sono ricomprese attività anche a scopo di lucro); tuttavia, non sono pochi i casi in cui questa definizione viene utilizzata appositamente per bypassare il complesso (e costoso) sistema burocratico per il cambio di destinazione d'uso per avviare attività invece lucrative. Ovviamente in questo post parlerò di società che veramente svolgono attività di promozione sociale.

La legge stessa specifica che non sono attività di promozione sociale i partiti politici, le organizzazioni sindacali, le associazioni di professionisti. La formulazione del d.lgs. 117/2017 è molto più ampia della originaria legge 383/2000.

Non mi dilungo su come devono essere strutturate le attività di promozione sociale: vi invito a contattare il vostro consulente commercialista di fiducia per gli ulteriori dettagli operativi e se questa definizione si può sposare con l'attività che già fate o che volete avviare. Quello che attiene a questo post, ed a questo blog, è invece l'aspetto prettamente tecnico-edilizio-urbanistico.

La norma è comunque laconica, e dice sinteticamente che l'attività di promozione sociale è compatibile con tutte le destinazioni d'uso. Con queste poche parole, di fatto la legge consente una deroga generalizzata e, di fatto, le attività suddette possono operare in qualunque destinazione, sia residenziale, sia per uffici, ma anche di tipo terziario tipo magazzini o edifici industriali, nonché ovviamente i locali commerciali.

Questa legge purtroppo è spesso poco conosciuta, e quindi può capitare di confrontarsi con amministrazioni che la ignorano. Per fortuna, comunque, esiste della giurisprudenza che ci aiuta: parliamo della sentenza TAR Lazio sez 2Q n° 9209/2018 del 10 settembre 2018 che affronta una controversia relativa all'uso, da parte di una attività di promozione sociale, di un "magazzino" seminterrato convertito, secondo l'amministrazione comunale in modo abusivo, in "palestra". La Sentenza ancora si riferisce alla legge 383 perché all'epoca dei fatti era ancora in vigore. Il TAR dà ragione alla attività di promozione sociale dicendo che, in base alla Legge 383/2000, l'attività può legittimamente svolgersi al di là della congruità della destinazione d'uso. Tuttavia, correttamente, si rimanda invece all'amministrazione comunale la verifica del rispetto delle normative igienico-sanitarie le quali non possono essere comunque eluse.

Dunque il concetto è chiaro: l'attività in sè può derogare alla destinazione d'uso, ma gli ambienti (e tutti gli eventuali impianti) devono essere strutturati, concepiti, progettati ed autorizzati (se del caso) compatibilmente con l'attività che effettivamente vi si svolge, e, dunque, è implicita la necessità di ottenere tutte quelle autorizzazioni, al di là di quelle per il cambio d'uso, necessarie per quel tipo di attività (p.e. nulla osta ASL). Inoltre, le opere edilizie devono essere comunque autorizzate seguendo il titolo edilizio coerente con le opere che si devono fare, ma, come detto, senza considerare appunto il cambio d'uso.

Possono quindi crearsi delle situazioni ambigue: per esempio noi tecnici sappiamo che in un magazzino non è possibile autorizzare dei bagni, perché questi sono incompatibili con la destinazione di uno spazio concepito esclusivamente come deposito, a meno che non si dimostri il fatto che nel magazzino deve lavorare del personale. La norma come visto non scende così nel dettaglio, comunque potrebbe darsi che una amministrazione comunale sia a chiedervi un atto d'obbligo con cui ci si impegna alla riconversione del locale in modo che risulti di nuovo compatibile con la destinazione d'uso, al omento dello scioglimento della società o trasferimento verso altro locale: nel qual caso la richiesta a mio parere potrebbe apparire legittima, dipende comunque in che forma ed in che sede viene formulata.

Per quanto riguarda Roma, vi è da segnalare che l'Avvocatura Capitolina, nella sua rivista "tempio di Giove" affrontò il tema nel numero di novembre 2009 (pag. 35), emettendo un parere perfettamente in linea con quanto detto finora e, soprattutto, con la stentenza TAR più recente.

2 commenti:

  1. Chiar.mo Architetto (aggettivo meritatissimo per le sue limpide delucidazioni) In merito al CdU, concordo nell'accenno alle "situazioni ambigue"che esemplifica con l'impossibilità di realizzare servizi igienici in locali magazzino (presumo intendesse depositi). Ma ancora più bislacca è la sconfessione della destinazione catastale (cat. C1) della porzione d'u.i. in interrato pretesa dall'ufficio con un'ultronea interpretazione delle n.d'a. (che comunque fanno riferimento a detta categoria).
    L'applicazione di tale rigido punto di vista costringe a considerare la realizzazione di bagni nel livello entroterra dell'unità commerciale come ampliamento di SUL con conseguente pagamento di oneri (Up + C.C.). Gradirei un Vs.erudito commento.
    Colgo l'occasione per complimentarmi per l'utilità del suo approfondito impegno, molto raro in un epoca di grossolana approssimazione che non vede esenti i tecnici. Deferenti saluti
    Antonio Pasquariello

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    1. sulla questione dei bagni negli interrati ho scritto un post apposito: http://architetticampagna.blogspot.com/2016/07/bagni-nei-sottonegozi-e-questioni.html

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